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La depressione negli anziani

di Renzo Rozzini, Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia

Negli ultimi anni si è data crescente importanza al problema della depressione dell’anziano.
Le motivazioni, che stanno alla base di questo interesse, sono molteplici: l’invecchiamento della popolazione, amplificando la prevalenza delle innumerevoli condizioni di svantaggio che sono fattore di rischio di sintomi depressivi, ne hanno amplificato la prevalenza; i medici hanno sviluppato una progressiva maggior sensibilità verso i problemi della cronicità e della qualità della vita dei pazienti e, di conseguenza, anche della sofferenza depressiva degli anziani; molecole sempre più maneggevoli hanno permesso anche al medico non specialista di avere maggior confidenza con i trattamenti psicofarmacologici. La depressione nell’anziano (e dell’anziano) rappresenta, pertanto, uno degli ambiti diagnostico e terapeutici nei quali sono stati ottenuti i maggiori successi.

Quesiti a cui serve dare una risposta

Quanto differisce la depressione in età avanzata da quella che si manifesta in età giovane-adulta? Come definire la distinzione tra depressione intesa come patologia e depressione come normale e comprensibile risposta a circostanze svantaggiose? È più difficile da diagnosticare? Come si cura e quali sono gli obiettivi del trattamento? Questi sono i quesiti ai quali cercheremo di rispondere.

Quanto differisce la depressione in età avanzata da quella che si manifesta in età giovane-adulta?
Non esiste ancora uno schema soddisfacente e definitivo per l’inquadramento e la classificazione dei disturbi depressivi a tutte le età e la mancanza di un'adeguata descrizione porta in età avanzata ad un'ulteriore maggiore confusione. Ad esempio, non si conosce con precisione se un episodio depressivo, che si manifesta per la prima volta a 70 o 80 anni, possa essere considerato simile o diverso da quello che si manifesta in età giovane o adulta né si conosce quale percentuale di soggetti, che ha manifestato il primo sintomo depressivo nell'adolescenza o in età giovanile, svilupperà depressione in età adulta. È probabile che la risposta a questi quesiti vari in rapporto alle diverse categorie di depressione, alla storia vitale di un individuo ed alla sua capacità personale di adattamento.
La caratteristica essenziale della sindrome depressiva a tutte le età è l’umore disforico o la perdita di piacere o interesse nelle normali attività: i soggetti possono sentirsi tristi, irritabili, scoraggiati, privi di speranza; possono manifestare una perdita di interessi e di entusiasmo per le attività quotidiane. Questo disturbo è prominente e persistente ed è accompagnato da sintomi e segni tipici. Per una diagnosi accurata è necessario valutare la severità e la durata dei sintomi.
La depressione minore è un disturbo che si istaura a poco a poco, talora permanente, che corrode la psiche come la ruggine il ferro. Raramente la depressione minore, nelle forme iniziali, viene portata all’attenzione di un medico.
La depressione maggiore è, invece, contraddistinta da fasi di crisi profonda.

Come definire la distinzione tra depressione intesa come patologia e depressione come normale e comprensibile risposta a circostanze svantaggiose?

La depressione nel paziente anziano è stata per lungo tempo considerata una naturale conseguenza dei fenomeni di perdita fisiologica, clinica e sociale, legati all'invecchiamento, oppure un fenomeno dovuto a processi di natura neurodegenerativa o vascolare. Una migliore conoscenza degli aspetti clinici, dei fenomeni epidemiologici e delle basi biologiche ha cambiato la prospettiva con cui il medico si avvicina alla persona anziana con depressione, non più considerata un evento ineluttabile, ma una condizione di malattia curabile.
Nella maggior parte degli studi epidemiologici, particolarmente in quelli in cui si è valutata la gravità della depressione dell'umore e di altri sintomi minori non accompagnati da modificazioni biologiche, si è evidenziata una significativa maggiore prevalenza di tali sintomi nel soggetto anziano rispetto al giovane. Mentre negli studi, dove gli investigatori hanno identificato la depressione come un disturbo che perdura per almeno alcune settimane, caratterizzato da sintomi di disturbo dell'umore e da disturbi fisiologici e cognitivi, pochi anziani vengono identificati come depressi, e le differenze nelle prevalenza tra giovani e vecchi diventano esigue. Lo scopo di definire le diversità tra i diversi sottogruppi di depressione permette di riconoscere la depressione e di indicare, in modo meno approssimativo di quanto si è sempre fatto, prognosi e terapia.

È più difficile da diagnosticare?
Purtroppo la depressione è ancora sottodiagnosticata e il trattamento viene iniziato con ritardo e spesso condotto in modo inadeguato (farmaci a dosi ridotte, durata dei trattamenti limitati). La depressione presenta nell’anziano un elevato tasso di ricadute e di cronicizzazione ed un rischio suicidario più elevato rispetto a quella del giovane; inoltre la presenza di depressione peggiora la prognosi delle malattie somatiche. L’accurata definizione diagnostica del disturbo depressivo rappresenta la premessa ad un trattamento corretto e adeguato per il quale è, inoltre, necessario stabilire, attraverso la valutazione del paziente, la gravità dei sintomi, sia sul piano dei sintomi psico-sociali che di quelli somatici, l’impatto funzionale e della comorbidità somatica (incluso i trattamenti farmacologici in atto), le performance cognitive, la situazione socio-relazionale e il setting di vita del paziente.

Come si cura e quali sono gli obiettivi del trattamento?
Prima di prescrivere un farmaco, è generalmente utile instaurare interventi psicologici ed educazionali rivolti al paziente ed alla famiglia, interventi psico-sociali rivolti all’ambiente di vita, la costruzione di una “alleanza terapeutica” fra il medico (sia esso il medico di famiglia che lo specialista) ed il paziente. Solo ad una valutazione successiva, in caso di persistenza della sintomatologia, si potrà provvedere all’introduzione di farmaci, programmando periodiche rivalutazioni per verificare sia la risposta ai trattamenti, sia l’eventuale comparsa di effetti collaterali.
Gli obiettivi da perseguire con il trattamento sono la risoluzione della sintomatologia depressiva, la prevenzione delle ricadute e recidive, il miglioramento delle funzioni cognitive e dello stato funzionale (e quindi, in generale, il miglioramento della qualità della vita), la riduzione del rischio suicidiario ed il controllo delle condizioni (ambientali, socio-relazionali, somatiche) che costituiscono elementi causali o con-causali della sintomatologia depressiva. La remissione completa della sintomatologia è l’obiettivo primario del trattamento. La persistenza di sintomi residui (siano essi psichici che fisici), infatti, oltre a determinare un impatto negativo sulla qualità di vita e sull’autosufficienza, ed a peggiorare la prognosi delle malattie somatiche, costituisce un importante fattore di cronicizzazione della sintomatologia, di rischio di recidive con intervalli più ravvicinati fra gli episodi depressivi.






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